storia personalissima.....
Sa Domu Arrubia
Parlare di politica significa parlare della vita d’uomini e di donne vere e reali. Odio le astrazioni dei politologi, che partono sempre da freddi numeri. Dai dati economici. Da elucubrazioni freddissime. Lo so: la cosa suona strana, detta da un vecchio socialista. Da uno che dovrebbe mangiare Marx e numeri. Ma, qui lo confesso, io non sono mai stato un marxista. Meno che mai un marxiano. Das Kapital, è vero, l’ho leggiucchiato. Mai capito e mai digerito. Almeno in questo, però, credo d’avere per compagni la stragrande parte dei marxisti (immaginari) italiani. Compresi quelli che nel post ’68 mi stacciavano le palle con il loro “marxleninmaopensiero”. Pensiero politico che ho sempre vissuto come il nulla sottovuoto spinto. Essì: sono di quella generazione che ha visto interi partiti marciare impavidi e colorati dietro il libretto del simpatico signorotto cinese. Il nulla spinto dicevo, e confermo. ‘Il Capitale’, l’ho appena sfiorato in qualche esame malamente dato all’Università, corso in Economia e Commercio. Almeno, fino a quando la stessa Facoltà non mi ha accompagnato alla porta. Spedendomi fuori dalla Comune a calcioni.
Sempre stato uno studente svogliato, io. Lettore furioso, si. A faticare sui libri di scuola, non mi ci sono mai messo.
Tanto per chiudere il capitolo Karl Marx, il mio interesse per il pensiero del massimo ideologo sociale è morto dopo la lettura d’alcuni testi marxisti di storia delle religioni. Divertenti trattati, in cui si tenta di utilizzare come metro dell’esistenza di D*o, la lotta di classe… Usare Marchionne come prova della non-esistenza di qualsiasi divinità in cielo, mi pare troppo.
Allora, se non sono marxista, che Socialista sono? Credo, un Socialista utopista. Certo, un Socialista confuso. In me si agitano un’anima sardista (e, temo, indipendentista), un’anima laburista, un’anima compassionevole verso le disgrazie del Mondo. Lo so: non sono stato chiaro. Forse, per spiegarmi meglio, vi devo raccontare il mio percorso politico. Senza volere dare lezioni a nessuno. Senza volervi annoiare. Giusto per avviare un discorso su che cosa è poi, oggi, la Sinistra. Parte politica in cui mi rispecchio completamente. Cioè: mi ci rispecchierei, se ci fosse lo specchio. La Sinistra.
A diciotto anni, ero un nulla politico. Mio padre, vecchio amico di Cossiga, era invece un democristo di quelli buoni. Io, schiacciato da lui, mi dicevo diccì. Leggevo persino ‘Il Popolo’, quotidiano edito a piazza del Gesù. Insomma: ero un soggetto… Ma leggi qui, leggi là, cominciai a capire alcune cose. A ragionare. Ad approfondire. Spinto poi dalla mia vecchia passione per le cose ebraiche e per Israele, imparai a leggere tra le righe di certe notizie. E i democristi, scoprii con un certo orrore, non erano davvero grandi amici dello Stato Ebraico. Complici poi alcuni libretti di cultura politica socialdemocratica, m’innamorai profondamente del Socialismo saragattiano. Un Socialismo laico, libertario, non marxista. Giuseppe Saragat era uno strano tipo. D’origine sarda ma nato in Piemonte, nascondeva in un solo corpaccione le qualità e i difetti dei due popoli. Chiuso. Severo. Oratore raffinato. Colto di una cultura spaventosa. L’unico socialista ad aver letto tutto Marx. In tedesco. Fortunatamente, pur essendosi immerso nelle faticose pagine dell’economista comunista, ne era emerso sano e socialista. E con un bel disprezzo per i comunisti e il comunismo. Ecco, io mi sentivo così. A diciannove anni, salite le scale della piccola sezione socialdemocratica cagliaritana, in Via Satta, due passi da casa mia, m’iscrissi allo PSDI. Pagando così la mia prima tessera di partito.
Piccolo inciso: io ho sempre pagato le tante tessere che ho avuto in vita mia. E quando un politico, nel quale poi mi riconoscevo perfettamente, osò pagare il mio tagliando, m’incazzai di brutto. Costrinsi il segretario della sezione a restituire all’onorevole i suoi soldi, e ad accettare i miei sudatissimi soldini…
Sono un fesso, lo so. E fin da piccolo.
Comunque, eccomi entrare in politica. E a quei compagnucci pieni di susseguo che sorrideranno della mia scelta socialdemocratica, dico che il PSDI saragattiano fu per molti anni un gran partito socialista. Retto, almeno per quanto potessi spaziare io, con vero spirito socialista. I compagni erano Compagni. Il segretario di sezione, era il Compagno Segretario. E, soprattutto, io ho avuto la fortuna di frequentare la socialdemocrazia negli anni in cui il Partito era una vera palestra politica. Noi giovanissimi, che poi eravamo davvero pochini pochini, eravamo seguiti con rispetto e con amore dai compagni e dalle compagne. Gente che aveva sentito sulle proprie spalle i dolori dell’antifascismo, e delle prime lotte operaie. Noi, si discuteva. Si leggeva. Si faceva lotta politica. E io mi sentivo socialista al cento per cento. Tanto che, la moda Sinistra era quella, mi vestivo solo in jeans e eskimo. Non era un travestimento, ma non mi evitava qualche problema in Università. Dove, i colleghi, pur volendomi bene, non potevano non ricordarmi che noi socialdemocratici eravamo, in effetti, dei “socialfascisti”. Un simpatico termine, inventato da quel simpaticone di Togliatti. Lo stesso che aveva definito chi lasciava il suo PCI di guerra, “cimici”. L’essere chiamato ‘socialfascista’ era irritante. Ma, pure, pericoloso. I compagnucci, specie quelli miopi, potevano scambiarti per fascista vero. Cosa da evitare. Se si volevano scampare le mazziate dei katanga che ogni tanto si divertivano ad occupare l’Università di Cagliari. Naturalmente, non sempre, noi socialfascisti, le evitavamo. Ma, almeno a me, le botte katanghesi arrivavano leggere. Meno leggere, sono state quelle (poche) prese e date ai fascisti. Che c’erano, eccome. Eppure, e qui so di scandalizzare qualcuno, i rapporti tra tutti noi, fascisti e antifascisti, erano di rispetto. Cioè, ci si mazziava forte, ma come dandoci del Lei. Copiando Giovannino Guareschi, potrei dire che si picchiava l’avversario politico, ma poi si salutava la salma con il capello in mano. Aspettandoci che lo stesso avrebbe fatto lui, al nostro posto. Altri tempi. Davvero.
1 (continua)